Palma Bucarelli: la donna che salvò l'arte italiana!
- Ottavia Cerra
- 1 giorno fa
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In una fredda notte di novembre del 1941, mentre Roma giace sotto il peso della guerra, una giovane donna sale su un camioncino malconcio diretto verso Caprarola, una piccola località in provincia di Viterbo. Indossa un tailleur verde militare: è impaurita, certo, ma ancor di più è determinata a portare a termine la sua missione. Infatti, con lei viaggiano decine e decine di casse di opere d'arte. In ognuna di quelle casse c’è un frammento della storia culturale italiana. Ci sono dipinti di Mario Sironi, Carlo Carrà, Gustav Klimt e le sculture di Medardo Rosso.

Quella donna è Palma Bucarelli, figura cardine della museologia italiana del Novecento e prima direttrice di un museo pubblico nel nostro Paese: la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che guidò con determinazione dal 1941 al 1975.
Colta, elegante, visionaria e coraggiosa, è stata una protagonista decisiva nel ripensare il ruolo del museo e il modo stesso di guardare all’arte.
Algida ed elegante, con capelli castani chiaro e uno sguardo color ghiaccio capace di intuire le nuove tendenze dell'arte contemporanea, Palma Bucarelli è stata una delle personalità più influenti, e al tempo stesso meno celebrate, della cultura italiana del secolo scorso.
Dalle estati a Caprarola ai salotti romani
“Mio padre studiava all’università di Reggio Calabria, ma quando il terremoto di Messina distrusse la città, fu costretto a trasferirsi a Roma. Era già fidanzato con mia madre, una donna stupenda, che abitava con la famiglia a Castellammare di Stabia. Si sposarono e si stabilirono all’inizio della Via Salaria, dove oggi è la Rinascente. Lì nacqui io, e a suo tempo ci metteranno una lapide.”
Purtroppo la lapide non l'hanno ancora installata, ma mai dire mai nella vita!

Palma Maria Dovizia Bucarelli, per tutti semplicemente Palma, nasce a Roma il 16 marzo 1910, nel quartiere Salario. È la primogenita di quattro fratelli: il padre, Giuseppe Bucarelli, apparteneva a una famiglia nobile calabrese e lavorava come funzionario dello Stato; la madre, Ester Loteta Clori, era una donna di rara eleganza e cultura, appassionata di arte, teatro, musica e moda.
Sarà proprio Ester a trasmettere a Palma quella innata attrazione per il mondo culturale, educando lei e la sorella Anna Maria ad essere autonome, curiose, critiche. Un’educazione rivoluzionaria rispetto a ciò che la società dell’epoca si aspettava dalle ragazze.
L’infanzia di Palma è segnata da continui spostamenti al seguito del padre impegnato in numerose trasferte di lavoro: Ferrara, Nonantola, Ancona, Bologna, Venezia, Tripoli. Durante le estati, però, c’è un luogo che diventa il suo rifugio: Palazzo Farnese di Caprarola, nel Viterbese, dove la famiglia trascorre le vacanze e che sarà, anni dopo, rilevante nella sua impresa più eroica e coraggiosa!
Palma ama la vita culturale e mondana di Roma e riesce presto a entrare nei salotti più vivi della Capitale, dove incontra artisti, galleristi, intellettuali e mecenati. Insomma, frequenta il fior fiore della Roma dell'epoca!
La formazione di Palma Bucarelli

Palma ama studiare sopra ogni cosa e all’arte si lega fin da giovanissima. Qui frequenta il Liceo Classico Ennio Quirino Visconti e prosegue il suo percorso accademico laureandosi in Lettere all’Università “La Sapienza”. Nell’ateneo romano ha la fortuna di seguire le lezioni di Adolfo Venturi, considerato il padre della storia dell’arte come disciplina universitaria in Italia, assieme a Giulio Carlo Argan, suo compagno di corso e destinato a diventare uno dei più influenti storici dell’arte del Novecento.
Con Argan, Palma si legò personalmente e professionalmente: assieme a lui, a soli 23 anni, Palma supera il concorso per Ispettore alle Antichità e Belle Arti: entra così nell’amministrazione statale con l’incarico di Ispettore aggiunto alla Galleria Borghese. Siamo nel 1933 e l’anno dopo Mussolini decreterà il divieto per le donne di partecipare ai concorsi pubblici.

A Galleria Borghese, Palma rimane fino al 1938: da profonda conoscitrice del patrimonio artistico italiano, comincia a mettere ordine tra le opere della collezione. Nel 1937 è nominata alla Regia Soprintendenza alle Opere d’Arte Moderne e Medievali del Lazio e nel 1939 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, allora diretta da Roberto Papini. Quando Papini viene trasferito nel 1941, Palma diventa soprintendente unica. Inizia così la leggenda di un sodalizio destinato a durare più di trent’anni!
La partigiana dell’arte: salvare i capolavori dalla guerra
Questi sono anni in cui Palma riesce ad affermarsi negli ambienti culturali italiani, seppur con difficoltà. Molto intellettuali, compresa Palma, sono infatti costretti a confrontarsi quotidianamente con il regime fascista con manifestazioni di ambiguità o di aperto dissenso. Esemplare è un fatto del 1933: un giorno Mussolini convoca i soprintendenti a raccolta e Palma non si presenta. È un atto di disobbedienza silenzioso e coraggioso, il primo segnale di una resistenza che caratterizzerà tutta la sua vita professionale e personale. Una scelta che, pur non clamorosa, racconta perfettamente il suo modo di stare al mondo: determinato, lucido, ostinatamente libero.
Poi arriva il 1° settembre 1939. La Germania invade la Polonia e la storia cambia improvvisamente: ha inizio la Seconda guerra mondiale, un evento che segna ogni aspetto della vita politica e culturale del paese.
Con lucidità e coraggio capisce che la situazione politica peggiora giorno dopo giorno e che non c’è più tempo da perdere: bisogna mettere in salvo le opere della Galleria Nazionale d'Arte moderna e contemporanea di Roma.
In questo clima, Palma cerca una soluzione che fosse in grado di garantire la sicurezza delle opere senza allontanarle troppo da Roma. La sua scelta cade su Palazzo Farnese a Caprarola, luogo a lei molto familiare, dove aveva trascorso gran parte della sua infanzia e adolescenza. Il Palazzo sarebbe stato il rifugio ideale per preservare il patrimonio artistico dagli eventi bellici, essendo lontano da obiettivi militari e piuttosto vicino alla Capitale.

La proposta del trasferimento delle opere venne presentata al ministro dell'educazione nazionale Giuseppe Bottai, che approva l'idea senza esitazioni. Palma si immerge personalmente in ogni dettaglio dell’operazione: a partire dal 7 novembre del 1941 cura l’imballaggio delle opere con una precisione quasi maniacale, compilando elenchi minuziosi e raccogliendo una ricca documentazione fotografica. Un convoglio di 27 vecchi camion portò al sicuro 672 dipinti e 63 sculture: un’impresa colossale, resa possibile grazie alla sua tenacia e alla sua visione.

Nonostante ciò, alcune opere di grosse dimensioni rimangono nel museo. L’Ercole e Lica del Canova, per esempio, rimane, nella Galleria Nazionale, ingabbiata in una struttura di legno e chiusa da sacchi di sabbia.
Nell'estate del 1943 la situazione precipita. Gli americani sbarcano in Sicilia, Roma viene bombardata e Mussolini è arrestato. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia si trasforma in un vero campo di battaglia.
Le opere, che Palma aveva messo in salvo con tanta cura, tornano ben presto a essere in pericolo. Il 18 settembre 1943 arriva il primo allarme: il custode di Palazzo Farnese scrive a Palma che i tedeschi si stanno muovendo nella zona e sembra vogliano creare proprio nella zona del Viterbese una linea di resistenza. Il palazzo potrebbe essere occupato da un momento all’altro.
Una notizia che le fa tremare la terra sotto i piedi: tutto ciò che Palma aveva protetto con ostinazione rischia di trovarsi improvvisamente nel mezzo della guerra. Si aggiunge anche un'ulteriore problema: Palma è sollevata dall'incarico. Con l'occupazione degli Alleati del Sud Italia e la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana al Nord, Mussolini aveva convocato i soprintendenti allora in carica a Padova. Coloro che non si sarebbero presentati, venivano sospesi dall'incarico e dallo stipendio. Palma non esita: straccia l’invito e resta a Roma. Preferisce rinunciare alla sicurezza del suo lavoro piuttosto che legittimare un regime in cui non crede.
Pur senza un incarico ufficiale, Palma trova un nuovo rifugio per le opere: Castel Sant’Angelo, che il papa Pio XII mette a disposizione come luogo sicuro.
Si cominciarono i trasporti; ma gli automezzi mancavano, la burocrazia militare tedesca intralciava; paurosa era la responsabilità davanti alla nazione che domani avrebbe chiesto conto del nostro patrimonio d’arte [...]. Si viaggiava anche di notte, a causa delle strade bombardate e mitragliate. Angoscia di vedere, dai vetri rotti dei camion racimolati con i pochi soldi, a forza di persuasione e promesse, apparire la fredda luce dell’alba che rivelava carcasse di autocarri sventrati ai margini della strada; terrore di una panne che ritardasse il cammino e scoprisse il convoglio agli apparecchi che riprendevano il martellamento alla luce del giorno.
Ma Palma non si limita a salvare i capolavori della GNAMC. Durante la guerra indossa anche gli abiti della resistenza: aiuta amici e intellettuali antifascisti ricercati dai tedeschi, portando loro viveri, messaggi e conforto. Si muove per la città in bicicletta, con una naturalezza che nasconde il rischio costante, infilando volantini antifascisti nelle cassette delle lettere, lasciandoli sotto le saracinesche dei negozi o appendendoli agli alberi. Una lotta silenziosa, ma straordinariamente coraggiosa.
La rinascita della GNAMC

Il 5 giugno 1944 Roma viene finalmente liberata. Pochi mesi dopo, a dicembre, Palma Bucarelli prende una decisione storica: riapre la Galleria Nazionale, che diventa il primo museo in Italia ad aprire al pubblico dopo la guerra. Si apre così una nuova epoca: per i successivi vent’anni Roma si afferma come il cuore culturale del Paese, diventando punto d’incontro per artisti e letterati provenienti da tutto il mondo.

Sotto la guida di Palma Bucarelli, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma smette di essere un museo polveroso e diventa un laboratorio vivo di sperimentazione artistica. Non più solo un luogo di esposizione, ma un vero e proprio spazio educativo e di incontro culturale.
Palma apre la Galleria alla sperimentazione museografica, traendo ispirazione dai musei americani: le opere d’arte vengono collocate all’altezza dello sguardo, le pareti tinte con colori neutri, targhe e pannelli esplicativi chiari accompagnano il visitatore, e ogni spazio è calibrato per creare il massimo impatto visivo. Per noi oggi può sembrare normale, ma a quel tempo era una vera e propria rivoluzione.
La direttrice dà un forte impulso alla creazione di numerosi laboratori di didattica museale, rivoluzionando il concetto stesso di museo che diventa un luogo educativo aperto a tutti. Nel 1946, assieme all'amico e maestro Lionello Venturi, inaugura la prima Mostra didattica di riproduzioni di pittura moderna: vengono presentati non capolavori originali, ma riproduzioni a colori accompagnate da schede semplici e chiare sugli autori. L’idea ottiene subito un enorme successo e la Direzione generale delle Belle Arti decide di riproporla per tutta la Penisola fino al 1951.
Nel 1949 allestisce una sala all’interno della Galleria dedicata alle attività educative per i giovani e, dal 1952, dà vita ad un programma museale che coinvolge direttamente le scuole. La Galleria Nazionale diventa così un museo capace di attrarre un pubblico di diverse estrazioni sociali attraverso mostre, conferenze, proiezioni e iniziative pensate per guidare lo spettatore alla scoperta dell’arte contemporanea.

Palma è anche una pioniera nell’aprire le porte dei musei italiani all’arte internazionale. Grazie al suo gusto, al suo intuito e alle relazioni costruite negli anni, riesce a traghettare il pubblico italiano verso le avanguardie più innovative. Nel 1953 porta a Roma 200 opere di Picasso, precedendo persino Fernanda Wittgens, direttrice della Pinacoteca di Brera. Cinque anni dopo, nel 1958, espone le opere di Jackson Pollock per la prima volta in Europa, battendo sul tempo Peggy Guggenheim.
Convinta che l’astrattismo fosse un linguaggio necessario e contemporaneo, Palma non teme lo scontro: litiga con Giorgio De Chirico, Renato Guttuso e buona parte della sinistra figurativa, accusata di favoritismo verso l’arte astratta. La sua missione è chiara: l’arte non deve più essere uno strumento di semplice riproduzione della realtà, ma un mezzo per stimolare la riflessione, per leggere le contraddizioni del presente e aprire il pubblico al nuovo.
Dal 1948 in poi, Palma promuove l’arte astratta in Italia, seguita dall’Arte Informale, Concettuale, dal Nouveau Réalisme e dal Costruttivismo, promuovendo mostre di artisti internazionali come Moore, Klee, Ernst, Giacometti, Zadkine, Mondrian, Pollock e Rothko.
Le sfide della Galleria: tra scandali, sacchi e provocazioni
Non meno audace sul piano degli acquisti, alla fine degli anni Cinquanta Palma riesce ad acquisire in un solo colpo opere di Monet, Van Gogh, Cézanne, Degas, Kandinskij, Modigliani e una scultura di Arturo Martini, spendendo 360 milioni di lire, aprendo inoltre la Galleria alle donazioni private. Allo stesso tempo sostiene le giovani avanguardie italiane. Inutile dire che è uno scandalo!
L’operato di Palma è oggetto di feroci critiche, al punto da essere convocata in Parlamento con l’accusa di “scempio di denaro pubblico”. Palma, da sola, si presenta con i conti della Galleria alla mano e difende con fermezza il diritto degli italiani a vedere dal vivo i grandi maestri, invece di accontentarsi di cattive riproduzioni.
Quelle opere di cui sente parlare, degli illustri maestri dell’arte europea di Ottocento e Novecento del nostro secolo. Non vedo perché la gente debba accontentarsi di vedere delle riproduzioni, peraltro spesso anche pessime.
Quella fu solo la prima di una lunga serie di interrogazioni parlamentari cui sarebbe stata chiamata a rispondere.

Il caso più celebre riguarda il 1959, quando Palma espone alla Galleria Nazionale il “Grosso sacco” di Alberto Burri, un’opera monumentale di oltre quattro metri realizzata in sacco di iuta. Lo scandalo è immediato: l’onorevole Umberto Terracini chiede in Aula di conoscere l’importo speso dalla Galleria per acquistare quell'oggetto. La risposta di Palma lascia tutti spiazzati: l’opera non era stata comprata, ma semplicemente concessa in deposito gratuito dall’artista. Eppure sui giornali, Palma guadagna il soprannome destinato a renderla famosa: la regina dei sacchi.

Gli attacchi nei suoi confronti non finiscono lì: nel 1971, Palma dedica una mostra a Piero Manzoni e alla sua provocatoria “Merda d’artista” che scatena un vero terremoto mediatico. Anche in questo caso, la direttrice difende senza esitazione il diritto del pubblico a confrontarsi con l’arte più contemporanea e anticonformista, affrontando parlamentari e critici indignati. In un'intervista anni dopo dice:
La mostra di Manzoni fu un terremoto! Nessuno capì che le scatolette al di là dell’etichetta non contenevano nulla, che era una provocazione di Manzoni, polemico contro le firme celebri di artisti che vendevano a mercanti e collezionisti le loro opere, “la scatola chiusa”. I quadri si compravano a occhi chiusi, a scatola chiusa? E allora Manzoni disse: bene, io vi do la scatola chiusa, con dentro merda d’artista. Quello delle scatolette fu un fatto morale, legato al clima del momento. Scandalizzarsi rivelò un pudore e una cattiva coscienza del tutto fuori luogo: l’artista non è uno scaricatore di coscienza, è anche colui che pone la società di fronte alle sue responsabilità e ne denuncia gli errori.
Questi episodi non sono semplici aneddoti: raccontano di una donna che, pur in un contesto profondamente maschilista e conservatore, seppe imporre la sua visione senza cedere alle pressioni. Palma subisce attacchi da ogni parte: dai comunisti contrari all’arte astratta, ai democristiani che la trovano troppo provocatoria, ai socialdemocratici e persino agli ex fascisti. Ma la sua forza era la chiarezza e la trasparenza del suo operato, unita alla determinazione di far conoscere l’arte contemporanea in Italia a più persone possibili.
Gli ultimi anni e il lascito

Quando nel 1975 viene mandata in pensione dopo una vita intera trascorsa alla Guida Nazionale, Palma vive un periodo particolarmente difficile. Torna costantemente alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea: cammina tra le sale, controlla le opere, dà indicazioni, si comporta come se fosse ancora la direttrice.
I sovrintendenti dell’epoca raccontano che Palma trattava le opere “come se fossero di sua proprietà” e i nuovi direttori come semplici “intrusi a casa sua”. Perché, in fondo, quella Galleria era davvero la sua casa: l’aveva trasformata, difesa, fatta crescere. L’idea di separarsene le era semplicemente impossibile.
Palma Bucarelli muore a Roma il 25 luglio 1998. Nel testamento lascia alla Galleria Nazionale 58 opere della sua collezione privata: nasce così il Legato Bucarelli, riconoscibile ancora oggi da una piccola palma che decora i cartellini delle didascalie. Un gesto finale d’amore verso l’istituzione che aveva dedicato la sua vita a rivoluzionare.
Perché Palma non si è limitata a dirigere un museo: ha cambiato il modo stesso di pensarlo. Ha trasformato la GNAMC in un luogo vivo, un laboratorio di avanguardia, un campo di battaglia culturale dove l’arte diventava strumento di libertà e di presa di posizione.
La sua storia ci ricorda che un museo non è mai un luogo neutro: custodisce oggetti, certo, ma custodisce soprattutto visioni, idee, scelte coraggiose. Oggi, in un mondo che spesso ci invita a restare in silenzio, abbiamo bisogno di musei che parlino, che rischino, che prendano posizione. Proprio come ha fatto Palma Bucarelli!
Bibliografia e sitografia
Rachele Ferrario, Regina di quadri. Vita e passioni di Palma Bucarelli, Mondadori, 2018
Rachele Ferrario, La contesa su Picasso. Fernanda Wittgens e Palma Bucarelli, La Tartaruga, 2024
Laura Fanti, La didattica alla GNAM negli anni di Palma Bucarelli, in «Nuova Museologia», n. 15, novembre 2006
Mariastella Margozzi (a cura di), Palma Bucarelli: il museo come avanguardia (Catalogo della mostra), Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, Electa 2009
Palma Bucarelli, Le manifestazioni didattiche nella Galleria Nazionale di Arte Moderna, in «Il Bollettino d’Arte», Roma, Istituto poligrafico e Zecca di Stato, XXXVII, IV, 11, aprile-giugno 1952
Lorenzo Cantatore, Edoardo Sassi, Palma Bucarelli immagini di una vita, Palombi Editori, Roma, 2011
https://open.spotify.com/episode/4oML7S2WViyTB2rdlhcP7T?si=yYp9SDzKTF2Lbyil7fXYsg















Palma Bucarelli, una donna estremamente moderna, una combattente affinché l’arte potesse essere fruibile a tutti. Mancano figure così autorevoli e combattive nel panorama culturale italiano…