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Dalle reliquie ai coccodrilli: la folle nascita dei musei

  • Immagine del redattore: Ottavia Cerra
    Ottavia Cerra
  • 20 gen
  • Tempo di lettura: 10 min

Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio,
Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio, 1502, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, Venezia

Quando varchiamo la soglia di un museo moderno, veniamo subito avvolti da un silenzio quasi sacro, fatto di sale bianche, luci soffuse e un ordine impeccabile. È un luogo in cui entriamo sussurrando, quasi avessimo paura di disturbare. Ma se avessimo una macchina del tempo e potessimo tornare indietro di qualche secolo, scopriremmo che il museo, per gran parte della sua storia, è stato tutto il contrario: un accumulo caotico e spesso bizzarro di meraviglie.



Willem van Haecht, La pinacoteca di Cornelis van der Geest, olio su tavola, 1628, Museo del Prado
Willem van Haecht, La pinacoteca di Cornelis van der Geest, olio su tavola, 1628, Museo del Prado

Siamo passati dal caos delle collezioni private al rigore dei musei moderni spinti dal bisogno di non dimenticare. Quella dei musei è una storia di teche e cataloghi, ego smisurati e rivoluzioni culturali. Se molte civiltà, spesso nomadi,  hanno affidato il passato all’oralità, l'Occidente ha scelto una strada diversa: cristallizzare la memoria negli oggetti, trasformando la materia in storia. Come ci ricorda lo storico Jacques Le Goff, non c’è società che non abbia cercato di tramandare informazioni preziose; il modo in cui lo facciamo, però, racconta chi siamo. In Africa, per esempio, i musei sono nati per volontà del potere coloniale con l'obiettivo di "catalogare" la cultura locale secondo un'ottica europea, senza coinvolgere davvero chi quella cultura l'aveva creata. 


Ma perché si chiama "Museo"?


Anton Raphael Mengs, Parnaso, dopo 1761, olio su tavola
Anton Raphael Mengs, Parnaso, dopo 1761, olio su tavola, Museo dell'Ermitage

Tutto ha inizio in Grecia: la parola museion, che significa "luogo sacro alle Muse", rimanda alle nove sorelle nate dall'unione tra la dea Memoria (Mnemosine) e Zeus (padre degli dei): non erano considerate solamente la fonte di ispirazione di poeti, artisti, ma anche figure fondamentali per interpretare e comprendere il cosmo.

Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosyne, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l'appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma - almeno originariamente - nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse. Walter Friedrich Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, pag.48

Per gli antichi greci, l’arte non serviva solamente a decorare un tempio, ma costituiva una via superiore per rivelare la verità. Eppure, le prime forme "fisiche" di museo le troviamo ancora prima, nelle tombe e nei templi. 


Prima dei Musei, c’erano le Tombe e i Templi


Pensateci: una sepoltura piena di gioielli e armi non è forse il tentativo di strappare una persona all’oblio e renderla immortale? Un tempio che custodisce tesori non è forse il primo archivio di una comunità? Dobbiamo infatti dimenticare gli edifici con le didascalie alle pareti, perché forme premuseali esistevano già in epoche remotissime e in culture lontanissime tra loro. Già tra il Mesolitico e il Neolitico troviamo forme archetipiche di museo: i templi e le tombe!


Piramidi di Giza
Piramidi di Giza in Egitto, circa 2500 a.C.

Migliaia di anni fa, seppellire qualcuno con gioielli, armi e suppellettili preziosi non era solamente un rituale di addio ma significava strappare il defunto dall'oblio. Arricchire una tomba con oggetti straordinari significava affermare che quella vita meritava di essere ricordata per l'eternità. Allo stesso modo in cui oggi curiamo una galleria per comunicare qualcosa ai posteri, allora si curava il corredo funebre per rendere una persona simbolicamente immortale.





La presenza di gioielli e artefatti non si limitava alle sepolture: templi e palazzi reali erano certamente luoghi di esercizio del potere o della preghiera, ma erano dei veri e propri "forzieri" della cultura. Al loro interno si preservavano tesori con un valore economico ed identitario molto forte poiché depositari della memoria collettiva destinata a perdurare nei secoli.


(Il museo svolge il ruolo di) custode della memoria, di luogo in cui una comunità trova la sua identificazione attraverso la creazione, la conservazione e la coscienza del proprio patrimonio culturale. In questa veste il museo è fondamentale, sia per la comunità sia per i singoli individui della comunità, che essi lo visitino o meno. Giovanni Pinna, Animali impagliati e altre storie, Milano, Jaca Book, p.215.

Ennigaldi-Nanna, la principessa babilonese col "pallino" della storia


Cilindro di argilla usato nel museo di Ennigaldi
Cilindro di argilla usato nel museo di Ennigaldi

C’è una storia, rimasta quasi segreta per millenni, che ci porta nel 530 a.C., tra le sabbie della Mesopotamia. Qui viveva la principessa e sacerdotessa babilonese Ennigaldi-Nanna, una donna che aveva già capito tutto di "marketing" museale.


Nella sua residenza di Ur non si limitava a raccogliere reperti antichi ma inventò la prima didascalia della storia! Accanto ai suoi tesori sono stati ritrovati cilindri d’argilla incisi a caratteri cuneiformi in cui veniva scritta la storia di ogni oggetto presente all'interno della collezione. Ennigaldi sapeva che un oggetto senza la sua storia è solo una cosa vecchia.





Il sogno di Alessandria (andato in fumo)


Vincenzo Camuccini, Tolomeo Filadelfo nella biblioteca di Alessandria
Vincenzo Camuccini, Tolomeo Filadelfo nella biblioteca di Alessandria, 1813, Museo di Capodimonte

Per rintracciare l'origine autentica dell'istituzione museale, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo fino al III secolo a.C. La nostra destinazione è Alessandria d’Egitto, che in quell'epoca d'oro era il  centro pulsante della cultura e del sapere mondiale: è qui che avvenne il vero salto di qualità con la nascita del Museion, un’istituzione che oggi potremmo definire come un "campus universitario di lusso", e voluta da Tolomeo I Sotere.


Immaginate un luogo vibrante e monumentale, lontano anni luce dall’idea di un deposito silenzioso e polveroso. Il Museion era un centro dove le grandi menti dell’antichità convivevano, passeggiando tra giardini rigogliosi e discutendo di filosofia, scienza e arte. Un vero e proprio “ecosistema” del sapere che ospitava la leggendaria biblioteca con i suoi 500mila testi, un osservatorio astronomico e persino un giardino zoologico per lo studio della natura.


Qui la cultura non era qualcosa di statico da ammirare da lontano, ma un’esperienza vissuta e dinamica che ispirerà secoli dopo la nascita di musei universitari come l’Ashmolean Museum di Oxford (1683).


Asmolean Museum
Ashmolean Museum di Oxford

Purtroppo, il Museion fu distrutto da un incendio nel 270 d.C., ma dalle sue ceneri sopravvisse un'idea fondamentale che ancora oggi ispira i nostri istituti culturali: il museo non è un semplice contenitore di oggetti, ma un luogo vivo dedicato allo studio, alla ricerca e alla comprensione del mondo.







Il "Museo" da giardino


Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea
Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea, dettaglio, 1889-1890, Rouen, Musée des Beaux-Arts.

Con l’ascesa dell’Impero Romano, la storia del museo subì una trasformazione tanto bizzarra quanto affascinante: se ad Alessandria il Museion era un luogo di confronto per le grandi menti del passato, a Roma il termine latino museum iniziò a indicare delle grotte. Avete capito bene: nelle lussuose ville private dei patrizi, venivano chiamati "musei" anfratti artificiali ricavati nei giardini, decorati con mosaici e conchiglie. Erano luoghi incantevoli dove i padroni di casa si ritiravano per riposare e per dedicarsi all’ozio. Una moda, questa, che tornerà prepotentemente alla ribalta secoli dopo, durante il Rinascimento.

Bernardo Buontalenti, Grotta del Buontalenti,
Bernardo Buontalenti, Grotta grande o Grotta del Buontalenti, 1583-1593, Giardino di Boboli

Ma non fatevi ingannare da questa atmosfera bucolica: Roma amava l'arte in modo viscerale, specialmente quella greca. Le legioni, al ritorno dalle campagne militari, portavano con sé ricchi bottini di guerra, soprattutto sculture e pitture provenienti dalle terre conquistate.


È qui che nacque un paradosso tutto romano: se da una parte l'arte serviva ad abbellire spazi pubblici come fori e terme, diventando un patrimonio visibile a tutti, dall'altra divenne lo strumento perfetto per soddisfare l’ego e i capricci dei patrizi e dei regnanti. Il concetto di "museo", dunque, si ribaltò completamente: non era più un servizio per la comunità o un centro di ricerca, ma un simbolo di dominio che serviva a dire al mondo.






L’abate che amava il lusso


Basilica di Saint-Denis
Basilica di Saint-Denis

Con l’avvento del Cristianesimo, la Chiesa assume un ruolo centrale nella vita spirituale e sociale. Ogni forma di possesso finalizzata al piacere personale viene condannata, lasciando intendere che il collezionismo possa scomparire. In realtà, accade esattamente il contrario: il collezionismo medievale rifiorisce nei monasteri e nelle cattedrali


Raffigurazione dell'abate Suger
Raffigurazione dell'abate Suger su una vetrata a Saint-Denis

Aquila di Suger
Aquila di Suger, 1147 circa, Louvre

Il promotore di questa rinascita culturale è un uomo di Chiesa, l’Abate Suger: nel 1122, questo personaggio visionario decise di ridisegnare la Basilica di Saint-Denis, a nord di Parigi, finendo per inventare lo stile gotico. Suger aveva un’idea particolare: era convinto che lo splendore delle cose preziose non fosse un peccato, ma un mezzo per elevare l’anima. Secondo l’abate, ammirare l'oro e le gemme era un modo per avvicinarsi a Dio. Ovviamente, questa sua convinzione non passò inosservata e lo mise in forte contrasto con Bernardo di Chiaravalle, un purista che vedeva nell'arte solo una distrazione pericolosa dalla fede.



Nessun peccato di omissione, [Suger] pensava, poteva essere più grave che il voler escludere dal servizio di Dio e dei suoi santi ciò che Dio stesso aveva concesso alla natura di fornire e all'uomo di perfezionare: vasellame d'oro o di materie preziose, adorno di perle e gemme, candelabri e paliotti d'oro, sculture e vetrate, mosaici e smalti, paramenti sacerdotali e arazzi fulgenti. Erwin Panofsky, Suger abate di Saint-Denis, in Il significato nelle arti visive, Torino, Einaudi, 1999

Nicolas Guérard, Il teosoro di Saint-Denis
Nicolas Guérard, Il teosoro di Saint-Denis, incisione, 1706

Ma Suger, convinto della sua missione, tirò dritto per la sua strada. Iniziò a collezionare oggetti d'arte, custodendoli gelosamente in cinque enormi armadi. La cosa curiosa? Lì dentro non c'erano solo reliquie sacre. Accanto alle ossa dei santi, Suger esponeva spade, speroni, sigilli e vasi antichi, trasformando la sacrestia nel primo "concept store" della storia, dove il sacro e il profano convivevano sotto lo stesso tetto. 




Nel 1378, quando l’imperatore Carlo IV visitò Saint-Denis, le cronache non parlarono di una semplice chiesa, ma di un vero e proprio museo! Nei secoli successivi, chiunque facesse tappa a Parigi non lo faceva solo per devozione: la vera attrazione era ammirare il suo incredibile tesoro.



Potere temporale e Potere spirituale: lotta all’ultima collezione


Nel Medioevo, il collezionismo interessava tanto le istituzioni religiose quanto quelle politiche. Tra questi due poli erano frequenti scambi di doni e favori, pratiche che contribuivano a rafforzarne i legami. Nell’Alto Medioevo, si parlava spesso di Ornamentum, ossia l’insieme dei beni mobili (gioielli, stoffe, calici) di una chiesa o di una corte.


Busto reliquiario di Carlo Magno
Busto reliquiario di Carlo Magno, 1349 circa, Tesoro della cattedrale di Aquisgrana

Inoltre, tra Roma, Bisanzio e l’Oriente, si scatena una vera e propria ricerca che riflette anche un rinnovato interesse per le opere dell’antichità. Se c'è un uomo che ha capito prima di tutti il valore politico dell’arte antica, quello è Carlo Magno. Il re dei Franchi si lanciò in un’impresa quasi folle: tentare di recuperare ogni oggetto dell’antichità.

Ma attenzione: non era solo una questione di fede o di amore per il passato. Ogni opera antica recuperata, ogni manoscritto e ogni gemma preziosa non erano solo oggetti da ammirare, ma servivano a dimostrare che lui era l’unico erede dei Cesari, legittimando il suo potere imperiale


Croce di Lotario Dettaglio
Croce di Lotario, dettaglio,1000 circa, Tesoro della cattedrale di Aquisgrana

Ad Aquisgrana aveva istituito un centro del sapere di grande rilievo, dove il tesoro della corona, la sua biblioteca personale e paramenti liturgici preziosissimi convivevano proprio accanto al battistero.






Venezia e il primo (quasi) "Museo Pubblico"


Se dovessimo individuare una città che, attraverso la guerra, ha arricchito notevolmente il proprio patrimonio culturale, quella sarebbe senza dubbio Venezia. Con il saccheggio di Costantinopoli del 1204, ad esempio, la Serenissima portò in patria la celebre Quadriga brozea, sottratta all’ippodromo della città bizantina e collocata nel Museo di San Marco (la copia del gruppo scultoreo invece si trova esposta sulla facciata della Basilica).


I Cavalli di San Marco
Lisippo (attribuito), I cavalli di San Marco, IV sec. a.C.- IV sec. d.C., Museo di San Marco

La quadriga bronzea è soltanto un esempio: le navi veneziane tornavano in Laguna cariche di oggetti preziosissimi, creando quello che oggi chiamiamo il Tesoro di San Marco. Già negli inventari del 1283 troviamo calici bizantini tempestati di gemme, coppe di pietra dura, vetri tardoantichi e persino manufatti islamici. Un mix culturale pazzesco che trasformava la chiesa nel centro del mondo


Calice dei patriarchi, manifattura bizantina
Calice dei patriarchi, manifattura bizantina, Tesoro della Basilica di San Marco, Venezi
Coppa in vetro turchese con animali stilizzati in rilievo
Coppa in vetro turchese con animali stilizzati in rilievo, manifattura islamica, Tesoro della Basilica di San Marco, Venezia

Qui arriva la parte che ribalta tutto quello che credevamo di sapere. Spesso si pensa che l’idea di museo aperto a tutti sia nata nel Settecento. E invece… Venezia giocava d’anticipo!


Certo, era un santuario e un deposito di reliquie, ma i veneziani avevano capito che l'arte e la cultura sono un’arma politica potentissima. Quegli oggetti venivano esposti al pubblico durante le grandi feste religiose e negli incontri diplomatici per meravigliare gli ambasciatori stranieri. L'idea di esporre artefatti così prestigiosi al pubblico, seppur per motivi politici, anticipava di secoli il concetto moderno di museo come spazio pubblico per la fruizione dell'arte e della cultura.



Corni di unicorno, coccodrilli e uova giganti: il lato bizzarro della fede


Vittore Carpaccio, Apparizione dei crocifissi del monte Ararat nella chiesa di San Antonio di Castello
Vittore Carpaccio, Apparizione dei crocifissi del monte Ararat nella chiesa di San Antonio di Castello, 1512-1513, Gallerie dell'Accademia, Venezia

Piero della Francesca, Pala di Brera
Piero della Francesca, Pala di Brera, 1472-1474, Pinacoteca di Brera

Ma l’aspetto più sorprendente non era l'oro rubato, bensì quello che potevate trovare camminando tra le navate. Nelle chiese medievali accadeva qualcosa di assolutamente bizzarro: il sacro conviveva con l’assurdo. Accanto alle Artificialia (le opere d'arte create dall'uomo, come i calici e i dipinti), erano presenti i cosiddetti Naturalia, oggetti naturali talmente rari o mostruosi da essere considerati magici.


Andrea Mantegna, Madonna della Vittoria
Andrea Mantegna, Madonna della Vittoria, 1496, Louvre

Immaginate un attimo: entrate per pregare e vi ritrovate faccia a faccia con un coccodrillo appeso al soffitto (proprio come quello che vedete ancora oggi nel Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Curtatone!) o un uovo di struzzo gigante che pende sopra l'altare. Si trattava di un fenomeno tutt’altro che raro: le chiese custodivano denti di squalo, gemme dalle dimensioni impossibili e, soprattutto, i corni di unicorno (che in realtà erano denti di narvalo, ma che all'epoca tutti credevano provenissero dall’animale leggendario). Si pensava che queste stranezze avessero poteri curativi o che servissero a tenere lontano il diavolo.



Coccodrillo appeso all'interno del Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie
Il coccodrillo appeso al soffitto all'interno del Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtatone (MN)

Tenete a mente questi due termini: Naturalia (oggetti prodotti dalla natura selvaggia) e Artificialia (prodotti dal genio umano). Perché? Perché sono loro il "filo rosso" che ci guiderà fuori dalle nebbie del Medioevo verso un mondo completamente nuovo. Saranno proprio questi oggetti bizzarri a spingere i grandi signori del futuro a creare collezioni private fuori dal comune.


Volete scoprire come l'ossessione per i coccodrilli sia diventata alta cultura? Allora restate sintonizzati! Iscrivetevi al blog, guardate il video dedicato su Youtube e non perdetevi la prossima tappa del nostro viaggio nel tempo nella storia dei musei!





Bibliografia

  • Raffaella Fontanarossa, Collezionisti e musei. Una storia culturale, Torino, Einaudi, 2022

  • Vittorio Falletti, Maurizio Maggi, I musei, Bologna, Il Mulino, 2012

  • Walter Friedrich Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, pag.48

  • Giovanni Pinna, Animali impagliati e altre storie, Milano, Jaca Book, p.215

  • Erwin Panofsky, Suger abate di Saint-Denis, in Il significato nelle arti visive, Torino, Einaudi, 1999


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