Dentro lo studiolo: dove il Rinascimento custodiva i suoi segreti
- Ottavia Cerra
- 22 apr
- Tempo di lettura: 13 min
Aggiornamento: 5 mag

E se vi dicessi che il collezionismo moderno è nato come una sorta di shopping compulsivo... per l'anima e per l'ego? Se nel capitolo precedente (che trovate qui) ci siamo lasciati con opere d'arte che servivano a ingraziarsi gli antenati, in questo articolo la musica cambia...eccome se cambia!

Ora è tempo di raccontare il momento in cui l'arte diventò un bene prezioso nelle mani dell’uomo, divenendo motivo di vanto e prestigio personale. Questo passaggio segnò una delle tappe fondamentali nella nascita del collezionismo moderno e trovò il suo sviluppo più significativo tra la fine del Medioevo e il Rinascimento.
Allacciate le cinture perché abbiamo un viaggio lungo da affrontare!
Tra castelli e codici rubati: la collezione
di Jean de Berry
Mettiamo da parte l'idea che l’arte nel Medioevo fosse chiusa a chiave solo nelle sagrestie o nei castelli reali. Accanto ai grandi tesori della Chiesa e alle immense collezioni dinastiche, iniziarono a brillare le collezioni private di aristocratici che coltivavano una forte passione personale per il collezionare oggetti preziosi e particolari. Ovviamente questi erano i giovani eredi delle famiglie più in vista: gente che non badava a spese per accaparrarsi il pezzo pUn caso emblematico è quello di Jean de Berry (1340 - 1416), figlio del re di Francia Giovanni II il Buono (1319 - 1364) e duca di Berry fino al 1416. Educato in un ambiente raffinato, egli scelse di dedicare la propria vita al collezionismo, tanto da essere definito dallo storico dell’arte Julius von Schlosser (1866 - 1938) come il primo vero collezionista della storia.
Nel 1360 sposa Giovanna, figlia del conte di Armagna Giovanni I, che in dote gli porta in dote un ingente patrimonio. Tra le numerose residenza che acquisisce dal matrimonio, o che fa costruire a partire dal 138e la sua collezione e bil castello di Mehun-sur Yèvre . Del complesso oggi resta solamente una torre, ma grazie agli inventari sappiamo quanto fosse straordinario ciò che custodiva.
Le sue raccolte comprendevano manoscritti miniati, oggetti preziosi, monete e reliquie. Tra le opere più celebri da lui commissionate spiccano le Très Riches Heures du Duc de Berry (1411- 1486), capolavoro assoluto della miniatura tardo-medievale, e Les Belles Heures de Jean de France, duc de Berry (1405-1409). Anche la Gemma Augustea, uno dei cammei più famosi dell’antichità e realizzato nel 12 d.C, fece parte della sua collezione privata (o almeno così dicono alcuni studiosi).
Sulla figura di Jean de Berry si tramandano aneddoti molto divertenti. Si racconta infatti che avesse un “vizietto”: chiedeva in prestito libri con la scusa di farli copiare ma non li restituiva! Si dice che dall’abbazia di Abbazia di Saint-Denis aveva "preso in prestito" un esemplare delle Cronache di Francia, oggi conservato alla Bibliothèque nationale de France, e che lo avesse restituito solo in punto di morte... e grazie all’insistenza del frate confessore!
La corsa all'arte delle grandi dinastie


Ma la passione per il collezionismo evidentemente era una cosa di famiglia. Anche il fratello di Jean de Berry, il sovrano Carlo V di Valois (1338 - 1380), colto e letterato, fondatore della prima biblioteca reale in Francia (quella che in seguito fu la Biblioteca nazionale di Francia), possedeva un patrimonio culturale di inestimabile valore che comprendeva oltre 3900 pezzi tra reliquiari, statue e avori. Un inventario del 1379 elenca minuziosamente tutto ciò che era custodito all'interno di... grandi cassoni che il re si portava dietro durante i viaggi! Un tesoro itinerante, simbolo di potere ma anche specchio dei suoi gusti personali.
Il collezionismo non si limitò esclusivamente ad un’attività di accumulo di beni preziosi ma assunse progressivamente un ruolo ben più articolato e significativo. Esso divenne infatti uno strumento di promozione artistica e di costruzione di una forte identità culturale. Tale pratica mantenne sempre una dimensione legata al prestigio e alla rappresentanza, contribuendo a definire il profilo pubblico e politico dei suoi protagonisti.
Allontanandoci dal contesto francese e avvicinandoci al Sacro Romano Impero, emerge la figura dell’imperatore Carlo IV di Lussemburgo (1316-1378), sovrano che si distinse per una spiccata sensibilità nei confronti dello sviluppo culturale e artistico. Durante il suo regno, la città di Praga conobbe una straordinaria fioritura, trasformandosi in uno dei principali centri culturali dell’Europa del tempo.

Il Castello di Karlštejn, commissionato dallo stesso sovrano nel 1348, divenne un centro simbolico e politico di notevole importanza per la conservazione di reliquie e tesori. La Cappella della Santa Croce, posta nella torre maggiore del castello, divenne il luogo dove venivano esposti gioielli e reliquie non solo durante le celebrazioni ma anche al pubblico, una volta all'anno. Un gesto potentissimo perché per Carlo IV di Lussemburgo il collezionismo non era solo passione: era politica. La sua ambizione di unificare i territori slavi con l’Occidente latino passava anche attraverso il culto dei santi nazionali, costruendo un vero e proprio progetto ideologico e politico attraverso questi oggetti. Che bel furbetto!
Il rifugio del collezionista

Finora abbiamo visto collezioni immense, tesori spettacolari, castelli trasformati in scrigni di meraviglie, oggetti accumulati per affermare il potere, per costruire un’immagine pubblica.

A partire dal Quattrocento, si registrò un cambiamento profondo: il collezionismo si spostò da spazi pubblici e rappresentativi a luoghi più intimi e riservati. Nacque così lo studiolo, una stanza privata dedicata appunto allo studio, alla contemplazione e alla conservazione di oggetti super selezionati.
Le radici di questo ambiente affondano nella tradizione degli scriptoria, quegli ambienti dedicati alla copia e allo studio dei testi. Questo è testimoniato anche dell’immaginario visivo lo conferma. Pensiamo ai cicli di uomini di chiesa intenti allo studio, come la serie dei domenicani affrescata da Tommaso da Modena a Treviso, oppure all’iconografia di San Girolamo nello studio.
Tuttavia, è nel Rinascimento che lo studiolo divenne parte integrante della residenza aristocratica e luogo privilegiato per ricevere personalità di altissimo rango, come ambasciatori, così come letterati e artisti. All’interno di questi spazi si conservavano oggetti molto diversi, come gioielli, gemme, strumenti scientifici, curiosità naturali ed esotiche. Non si trattavano più di semplici raccolte, ma di veri e propri microcosmi che riflettevano la visione del mondo del proprietario.

Uno degli aspetti più distintivi dello studiolo rinascimentale era anche il suo programma iconografico. Ogni elemento decorativo (pitture, intarsi, sculture) è concepito come parte di un progetto coerente, volto a rappresentare le virtù, gli interessi e il prestigio del committente.
Un esempio significativo fu lo studiolo di Lionello e Borso d’Este (1407-1450) nel palazzo di Belfiore a Ferrara, decorato con il ciclo delle Muse realizzati da artisti di primissimo piano come Michele Pannonio (1400 - 1464), Cosmè Tura (1430 - 1495) e Francesco del Cossa (1436 - 1478) e purtroppo distrutto da un incendio nel 1632.
Questo tema, sviluppato con il contributo dell’umanista Guarino da Verona (1374-1460) e giunto fino a noi grazie alla descrizione di Giovanni Sabadino degli Arienti (1445-1510), celebrava le arti e la conoscenza con complessi rimandi simbolici che legittimavano il potere del signore come espressione di sapienza e razionalità.
Ma presso el narrato splendore del palazzo di Belreguardo non me posso contenere per leticia de la mente, pé la recevuta iocundità degli occhi, non expona la felicità del tuo palazo del Belfiore, edificato dala magnifica memoria da Alberto Marchese Estense, tuo avo principe nobilissimo, che hai aptato, reducto e tutto reformato ingegnosissimamente quanto se possa desiderare [...]. E tutte le stantie de questo palacio prendono lume per vitriate finestre presso la felicità del vedere li loro ornamenti e deli delicati esplendidi lecti et tapezarie, che pare una abitatione de uno terestre paradiso. Sabadino degli Arienti G., De Triumphis religionis, 1497 in Gunderseimer W.L., Art and Life at the Court of Ercole I d’Este: De Triumphis religionis of Giovanni Sabatino degli Arienti, Droz, Ginevra, 1972, pag. 67 - 72
FUN FACT: L’interesse della famiglia estense per il collezionismo probabilmente nasce già con il padre di Lionello e Borso d'Este, Niccolò III d' Este, che durante un viaggio a Parigi rimane affascinato dalla collezione di... Jean de Berry. Si proprio lui! Direi che quell’incontro evidentemente ha lasciato il segno!
Legno e sapienza: gli studioli di Federico da Montefeltro


Se parliamo di studioli rinascimentali, ce n’è uno che più di tutti è diventato iconico: quello di Federico da Montefeltro.

Realizzato tra il 1473 e il 1476, questo ambiente rappresenta un capolavoro di integrazione tra arte, politica e cultura. Nella parte inferiore, le tarsie lignee creano un’illusione prospettica, raffigurando scaffali aperti con libri, strumenti scientifici e musicali. Si tratta di un vero e proprio “inventario ideale” del sapere umanistico, volto a costruire l’immagine del duca come uomo di cultura umanista. Nella fascia superiore che circonda tutto l’ambiente, la presenza di ritratti di uomini illustri (tra cui filosofi e teologi), realizzati da Pedro Berruguete (1450 - 1504) e Giusto di Gand (1430 - 1480), rafforza ulteriormente questa autorappresentazione, trasformando lo studiolo in un manifesto visivo del potere intellettuale. Quattordici dei diciotto ritratti furono acquistati nel 1861 dall’imperatore Napoleone III (1808 - 1873) per il nascente Musée Napoléon, il futuro Museo del Louvre, dove sono tuttora conservati.
Federico della pittura n'era intendentissimo, e per non trovare maestri a modo in Italia, cha sapessino colorire ad olio, mandò infino in Fiandra, per trovare uno maestro solenne e fello venire a Urbino, dove fece fare molte pitture di sua mano solennissime e maxime in un suo istudio, dove fece dipingere i filosofi e i preti e tutti i dottori della Chiesa così greca come latina fatti con uno meraviglioso artificio; ritrassevi la Sua Signoria al naturale che non gli mancava nulla se non lo spirito [...]. In fra l'altre fece fare lavori sì degni a tutti gli usci della camera sua, in modo che di pennello le figure che v'erano non si sarebbero fatti più degne di quelle; ed evvi uno istudio lavorato con tanto mirabile artificio, che sendo fatto col pennello, o d'ariento, o di rilievo, non sarebbe possibile si pareggiasse a quello. V. Bisticci, Vite di uomini illustri del XV secolo, 1482, in G. Stucchi, Milano, 1951, p. 209.

Ma Federico da Montefeltro non si accontenta, anche perchè due studioli sono meglio di uno! Durante il suo ducato, commissionò uno studiolo simile anche per la residenza privata di Gubbio. La stanza, interamente intagliata da Giuliano (1432 - 1490) e Benedetto da Maiano (1442 - 1497), venne completata dopo la sua morte dal figlio Guidobaldo da Montefeltro (1472 - 1508).
Ma la storia di questo studiolo ha un finale un po’ malinconico. Tra Ottocento e primo Novecento la stanza viene smontata e, nel 1939, venduta al Metropolitan Museum of Art di New York, dove è stata riallestita e si trova ancora oggi.
Il regno segreto di Isabella d’Este

Se con Federico da Montefeltro lo studiolo rappresentò il modello del principe umanista, con questa altra figura esso diventò uno spazio ancora più sofisticato e consapevole, quasi “curatoriale”. Di chi sto parlando? Ma ovviamente di lei! La marchesa di Mantova, Isabella d'Este!

Nipote di Lionello e Borso d'Este e moglie di Francesco II Gonzaga (1466 - 1519), Isabella trasformò la corte di Mantova in uno dei centri artistici più vivaci del Rinascimento. Pensate che per stimare alcuni oggetti si rivolge ad un certo Leonardo da Vinci. Lo corteggia insistentemente per ottenere un’opera. Non riuscirà mai ad averne una finita ma resta il celebre disegno preparatorio per un suo ritratto, oggi conservato al Museo del Louvre.
Il suo studiolo, collocato nel Castello di San Giorgio, residenza ufficiale dei Gonzaga, fu concepito come un ambiente complesso, in cui arte, mito e identità personale si intrecciavano. Attraverso questo spazio Isabella si assicura un primato indiscusso tra le corti italiane. Diventa protagonista delle scelte artistiche contemporanee e, per ottenere i pezzi migliori, non esita a mettere in moto una rete impressionante di agenti, intermediari, artisti e letterati. Le sue lettere, infatti, raccontano di trattative estenuanti, richieste, pressioni e strategie un po' furbette!

Nel 1502, spinta dal desiderio di “recogliere cose antique per onorare el mio studio”, sfrutta l’autorità del fratello, il cardinale Ippolito I d’Este, per farsi inviare da Cesare Borgia, che aveva appena invaso il ducato di Urbino, una Venere antica e un Cupido già appartenuti ai Montefeltro. Solo che, una volta arrivate le statue, Isabella scopre che il Cupido non è affatto antico. È un’opera moderna “all’antica”. L’autore? Un certo Michelangelo Buonarroti. Uno degli episodi più celebri di contraffazione rinascimentale, raccontato anche dal nostro pettegolo di fiducia Giorgio Vasari.
Quando poi il ducato di Urbino viene liberato e si chiede la restituzione delle opere, Isabella risponde con grande sicurezza che il permesso di esportazione le era stato concesso direttamente dal duca... Isa, ma che ci combini?

Ma torniamo nel cuore pulsante del suo progetto: lo studiolo!
La marchesa per il suo studiolo commissionò opere ai più importanti artisti del tempo, tra cui Andrea Mantegna (1431 - 1506), Pietro Perugino (1448 - 1523) e Lorenzo Costa (1460 - 1535). Il programma iconografico, elaborato con l’aiuto di umanisti di corte, celebrava le virtù morali e politiche della marchesa, rendendola protagonista delle proprie collezioni. Dietro questo complesso sistema di immagini ci sono gli umanisti di corte, Paride da Ceresara e Mario Equicola, che elaborano un programma iconografico capace di celebrare l’unione tra le dinastie Este e Gonzaga. Lo studiolo diventa così un manifesto politico, morale e dinastico.
Nel 1522, dopo la morte del marito Francesco II Gonzaga, Isabella ricostituì lo studiolo nei nuovi ambienti della Corte Vecchia, commissionando a Correggio (1489 - 1534) l’Allegoria della Virtù e l’Allegoria del vizio e acquistando numerosi quadri di paesaggisti fiamminghi, un genere ancora poco apprezzato nelle corti signorili italiane. Tra le stanze della Corte, Isabella fece ricavare un appartamento, conosciuto meglio come La Grotta, un ambiente che custodiva preziosi oggetti d’arte, gemme, monete e curiosità naturali all’interno di armadi incassati nelle pareti.

Con la sua morte, avvenuta il 13 febbraio 1539, la marchesa lasciò precise disposizioni per la conservazione della sua straordinaria collezione. Ma secondo voi questo studiolo ha avuto una vita felice? Ovviamente no! Nel Seicento Vincenzo II Gonzaga, in gravi difficoltà economiche, è costretto a vendere in blocco le collezioni di famiglia a Carlo I d'Inghilterra. Molte delle opere tenacemente raccolte da Isabella si disperdono. Alcune tele dello studiolo finiscono nelle mani di Cardinale Richelieu che successivamente entreranno nelle collezioni del Museo del Louvre.
Lo studiolo nel Cinquecento

Ma la moda dello studiolo non rimane affatto confinata al Quattrocento. Anzi: continua a evolversi e rimane viva fino al XVIII secolo, cambiando però progressivamente funzione e significato. Nel corso del Cinquecento, il significato della parola studiolo subì una trasformazione sostanziale, riflettendo mutamenti profondi nelle pratiche culturali e collezionistiche dell’élite rinascimentale.

Se in origine il termine indicava principalmente un luogo dedicato alla meditazione, alla lettura e all’attività intellettuale, progressivamente esso designò ambienti più intimi e riservati, destinati a custodire raccolte selezionate di oggetti preziosi, rari e significativi. Lo studiolo diventò così, a tutti gli effetti, uno spazio di rappresentazione del sapere e del gusto del suo proprietario.
Nei Ricordi overo ammaestramenti, pubblicati nel 1554 da Sabba da Castiglione (1480 - 1554), si trovano indicazioni precise non solo sull’organizzazione dello studio, ma anche sulla natura degli oggetti che meritano di essere conservati al suo interno.
Analogamente, tra il 1560 e il 1570, Annibale Caro (1507 - 1566) elaborò un articolato programma iconografico per lo studiolo del cardinale Alessandro Farnese (1520 - 1589) nel Palazzo Farnese di Caprarola (abbiamo parlato di questo palazzo anche nell'articolo dedicato a Palma Bucarelli che potete leggere qui).
Il tema centrale? L’esaltazione della vita solitaria, quella dimensione di raccoglimento e contemplazione che lo studiolo continuava a rappresentare.
L’invenzioni per dipigner lo studio di monsignor illustriss. Farnese è necessario che siano applicate alla disposizione del pittore, e la disposizione sua all’invenzion vostra; e poichè si vede che egli non s’è voluto accomodare a voi, bisogna per forza che noi ci accomodiamo a lui, per non far disordine e confusione. Il soggetto d’ambedue è di cose appropriate alla solitudine. Egli comparte tutta la volta in due parti principali, che sono vani per istorie, ed ornamenti intorno a vani [...]. Dé quattro vani maggiori due ne sono in mezzo della volta, e due nelle teste. In uno di quelli del mezzo [...] farei la principalo e la più lodata specie di solitudine, che quella della nostra religione [...]. Restano gli ornamenti; e questi si lasciano all’invenzione del pittore. Lettera di Annibale Caro a fra Onofrio Panvinio, 15 maggio 1565 in Bottari G. & Ticozzi S., Raccolta di lettera sulla pittura, scultura, ed architettura, vol. III, Milano, 1822 (ed. anastatica, Forni, Pisa, 1979, pag. 249 - 256)
I Medici e la breve cronaca di una dinastia che voleva possedere il Rinascimento


Ma ora vi faccio una domanda. Secondo voi quei furboni dei Medici, i signori di Firenze, potevano non avere uno studiolo tutto loro? Ovviamente no!

Già nel Quattrocento si hanno testimonianze di uno studiolo appartenente a Piero de’ Medici (1416 - 1469), padre di Lorenzo il Magnifico, situato nel Palazzo Medici Riccardi. Secondo quanto riferito da Giorgio Vasari (1511 - 1574), la stanza era decorata con dodici medaglioni raffiguranti i mesi, realizzati da Luca della Robbia (1400 - 1482) e oggi conservati al Victoria and Albert Museum di Londra, a testimonianza di un precoce interesse per la combinazione tra arte, simbolismo e rappresentazione del tempo.

La tradizione dello studiolo proseguì e si sviluppò ulteriormente nel secolo successivo. Nel 1545, Cosimo I de’ Medici (1519 - 1574) fece realizzare un proprio studiolo all’interno di Palazzo Vecchio, affidandone il progetto a Giorgio Vasari. Il programma iconologico, elaborato dal filologo di corte Vincenzo Borghini (1515 - 1580), si fondava su un principio tipicamente umanistico: l’equivalenza tra le creazioni della natura e quelle dell’ingegno umano. L’ambiente, decorato con i quattro Evangelisti e con un ciclo dedicato alle Arti e alle Muse, ospitava una varietà di oggetti: documenti, curiosità naturali, strumenti e persino piante medicinali. Lo spazio rifletteva una concezione enciclopedica del sapere, in cui elementi diversi convivevano in un dialogo continuo tra natura e cultura.

Il culmine di questa evoluzione si raggiunge con lo studiolo di Francesco I de’ Medici (1541 - 1587), realizzato tra il 1570 e il 1572, sempre all’interno di Palazzo Vecchio. Sebbene smantellato dopo appena vent’anni, esso rappresenta uno degli esempi più significativi di studiolo mediceo.
Il programma iconologico, elaborato dal filologo di corte Vincenzo Borghini (1515 - 1580), si fondava su un principio tipicamente umanistico: l’equivalenza tra le creazioni della natura e quelle dell’ingegno umano. In questo spazio, il granduca coltivava i propri interessi scientifici e alchemici, circondato da una vasta gamma di oggetti rari e preziosi: gioielli, medaglie, pietre intagliate, cristalli, strumenti e manufatti di varia natura, accuratamente organizzati in armadi. Le cronache dell’epoca descrivono lo studiolo come un
guardaroba di cose rare et preziose, et per valuta et per arte, come sarebbe a dire gioie, medaglie, pietre intagliate, cristalli lavorati, vasi, ingegni et simili cose […] riposte ciascuna nel proprio armadio, ciascuna nel suo genere. Frey K. & Frey H.W., Der literarische Nachlass Giorgio Vasaris, Monaco di Baviera, 1930, pag. 529.

Non si trattava più soltanto di uno spazio privato, ma di un vero e proprio microcosmo, capace di rappresentare simbolicamente l’ordine universale. In esso, arte, scienza e natura si intrecciavano, dando vita a una nuova modalità di organizzazione del sapere. È proprio da queste camere che prende forma un fenomeno destinato a svilupparsi pienamente nel secolo successivo: quello delle Wunderkammer, o “camere delle meraviglie”. Ma questo ve lo racconto nel prossimo articolo del blog quindi restate sintonizzati e, nel frattempo, guardate il video dedicato su Youtube e non perdetevi la prossima tappa del nostro viaggio nel tempo nella storia dei musei!
Bibliografia
Raffaella Fontanarossa, Collezionisti e musei. Una storia culturale, Torino, Einaudi, 2022
Vittorio Falletti, Maurizio Maggi, I musei, Bologna, Il Mulino, 2012
Cristina De Benedictis, Per la storia del collezionismo italiano. Fonti e documenti, Ponte alle Grazie, 2010
Andrea Munari, Il camerino di Isabella d'Este: Il mito nella stanza di una marchesa, Università degli Studi di Padova, Padova, a.a.2024-2025, url: https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/81760
https://mediateca.palazzomediciriccardi.it/works_and_environment/lo-studiolo-di-piero-il-gottoso/


























Commenti